venerdì 17 novembre 2017

lavoretti manuali (V): la marmellata fatta in casa



(foto da internet)


Fare la marmellata è un'operazione che può essere effettuata a casa senza grossi problemi. Oggi, vi proponiamo l'elaborazione della marmellata di albicocche (ma si può fare anche con altra frutta) senza aggiunta di zuccheri. 
Al nostro composto, sarà necessario aggiungere una mela tagliata a pezzettini ogni 500 gr. di frutta. La mela sprigionerà la pectina naturale e darà alla marmellata un naturale sapore dolce. 
La pectina è il maggior componente legante delle pareti cellulari delle piante e dei frutti. Chimicamente è un polisaccaride e ha la proprietà di gelificare in presenza di zuccheri. Per questo motivo, la pectina è usata in combinazione con zuccheri come agente condensante nell'industria alimentare, specialmente nella produzione della marmellata. 




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Molti frutti contengono la pectina, ma non in quantità sufficiente a formare un gel spesso durante la produzione della marmellata. La pectina e lo zucchero formano una struttura a rete solo quando vengono riscaldati, il che non avviene a temperatura ambiente. Questa è il motivo per cui la marmellata si condensa durante la cottura.

Cominciamo: per la preparazione della marmellata bisogna innanzitutto fare molta attenzione alla sterilizzazione dei barattoli. 
I barattoli in vetro che useremo, e i loro coperchi, dovranno essere sterilizzati in acqua bollente. Per far ciò, e per prima cosa, puliteli, lavateli ed asciugateli prima di passare alla sterilizzazione.  


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Vi ricordiamo il classico metodo della bollituraprendete una pentola capiente e disponete sul fondo un canovaccio da cucina pulito e ripiegato a misura. Poggiate i barattoli sul fondo con l’apertura rivolta verso l’alto. Inserite fra i barattoli un altro canovaccio da cucina piegato in modo da evitare che si tocchino. 
Coprite con acqua fredda fino a superare di almeno 5 cm l’estremità dei barattoli. A fiamma vivace portate la pentola a ebollizione. Abbassate la fiamma e lasciate bollire per circa 30 minuti. 

(foto da internet)


Trascorsi i primi 20 minuti di bollitura, immergete i coperchi. Spegnete il fuoco e lasciate freddare in acqua. Mettete i barattoli ad asciugare su un telo pulito con l’apertura verso il basso: gli ultimi 5 minuti prima dell’utilizzo girateli per favorire l’evaporazione residua. 
I barattoli dovranno essere utilizzati immediatamente per versare al loro interno la marmellata ancora molto calda. La sterilizzazione è necessaria per evitare la formazione di muffe durante la conservazione delle marmellate. 
 

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Ingredienti necessari:
1 kg albicocche 
1 mela ogni 500 gr di frutta da aggiungere al composto 
spezie come cannella, zenzero o chiodi di garofano in polvere
succo di limone
acqua

Ricordate che con 1 kg di frutta si otterrà della marmellata sufficiente per riempire dai 2 ai 3 barattoli di media grandezza. Ora lavate accuratamente la frutta e asciugatela. Tagliatela a tocchetti e lasciatela macerare almeno per un'ora in una ciotola con alcuni cucchiai di succo di limone. Il succo di limone è necessario per fare in modo che la mela non si annerisca.
Versatela in una pentola e lasciarla cuocere a fuoco basso per circa 45 minuti, aggiungendo nel frattempo le spezie in polvere, se desiderate arricchire il sapore della vostra marmellata, e mezzo bicchiere d'acqua per facilitarne la cottura.


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Mescolate di tanto in tanto con un cucchiaio di legno e, al termine della cottura della frutta, utilizzate un frullatore per ottenere una marmellata dalla consistenza più omogenea. Versate la marmellata ancora bollente direttamente nei barattoli sterilizzati aiutandovi con un imbuto, e chiudeteli immediatamente.
Capovolgeteli e appoggiateli a testa in giù su di un tagliere di legno. Lasciate riposare i barattoli per circa 48 ore in questa posizione, in modo che si formi il vuoto
Le marmellate si conservano senza problemi in dispensa fino a 3 mesi. Una volta aperte, devono essere riposte in frigorifero e consumate entro una settimana. 
Buon lavoro e buon appetito!

mercoledì 15 novembre 2017

Un Made in Italy solidale

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A Bologna, nonostante la pioggia, in quartieri popolari, i volontari seminano sciarpe e indumenti “sospesi”, chiusi in sacchetti trasparenti di plastica e con all’interno un biglietto: «Questo oggetto non è stato smarrito, ma è un regalo a chi ne ha bisogno per l’inverno».  

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Il progetto “Dona una sciarpa”, realizzato dall’associazione Guardian Angels di Bologna, si sta allargando in altre dieci città italiane, da Milano a Torino, da Padova a Cagliari: e ovunque un’antica tradizione napoletana, il “caffè sospeso”, simbolo di generosità, diventa così il simbolo di una nuova solidarietà. Un piccolo gesto, potenzialmente quotidiano, però di grande valore per gli italiani che dall’inizio della grande crisi, ormai dieci anni fa, non vedono ancora l’uscita dal tunnel, e affrontano l’aria avvelenata dell’impoverimento con una delle armi migliori, la generosità contagiosa, di un popolo resiliente. «Nei nostri giri tra i poveri e con i poveri non facciamo che incontrare italiani. Altro che stranieri… E questo fatto, da solo, vale più di qualsiasi statistica sull’aumento della povertà nel nostro Paese» racconta Giuseppe Balduini, presidente dei Guardian Angels bolognesi. 

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Con il tassello degli indumenti, quelli che tra l’altro sprechiamo ogni giorno visto che un terzo dei nostri guardaroba non è mai utilizzato, il puzzle del “sospeso” è sempre più completo. A Napoli sono le donne a spingere l’avanzata del “sospeso” in altri territori, rispetto al caffè: il gruppo Salvamamme ha stretto un accordo con una trentina di negozi di giocattoli. Chi vuole, ne compra uno per i suoi bambini e ne lascia un altro pagato per chi viene dopo e non può permettersi l’acquisto. In Puglia è nata la Banca delle visite, una start up di giovani che non si occupano di tecnologia avanzata, non stanno insieme da smanettoni a caccia dell’idea giusta per svoltare, ma hanno messo in campo la dimensione del “sospeso” nel settore della Sanità. Così, a fronte di ormai 12 milioni di italiani che rinunciano a curarsi per mancanza di soldi, come se l’assistenza sanitaria fosse stata cancellata dall’album dei diritti dei cittadini, nella regione pugliese ci sono tante persone che pagano una visita e lasciano il conto “sospeso” a favore degli ultimi. 
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Sono state create, da Nord a Sud, da Bolzano a Catania, reti per il “sospeso” che vanno dalla pizza ai libri, dai gelati ai biglietti d’ingresso nei musei, nei teatri, nei cinema. Tutto solo attraverso il tam tam e con la potenza dell’effetto emulazione, più forte di qualsiasi inanità, pubblica e privata. Spiega Balduini: « Il boom del “sospeso” è il segnale di un salto in avanti che sta facendo il volontariato in Italia. Non abbiamo più voglia di lamentarci dell’inconsistenza accertata dei politici, di quanto promettono con un diluvio di slogan e non mantengono mai. A questo punto la risposta è: “Lo stiamo facendo noi”. E non abbiamo più voglia di restare alla finestra, magari solo a lamentarci»

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E tra chi cavalca l’onda lunga del “sospeso”, accanto all’idea di stanare così gli indifferenti cronici, appare anche la bandiera del marketing, altra necessità quando, per esempio, un’attività commerciale non tira e ha bisogno di qualche scossa salutare. A Mestre, dove non arrivano i turisti da spennare come a Venezia, Wilmer Fogarin per catturare clienti ne inventa una al giorno, dalle feste a sorpresa al caffè “sospeso” per gli indigenti, una novità per i veneti sempre attenti agli schèi. E Fogarin forse non immagina neanche che anche il colosso mondiale del caffè, Starbucks, per sfondare in Cina sta utilizzando il grimaldello del “sospeso”. Attraverso un instant message il cliente cinese benestante, che scopre il piacere dell’espresso in versione americana, lo può a sua volta offrire gratis al cliente cinese povero. Anche la furbizia globale è un segno del successo di un piccolo miracolo, chiamato dono di massa, del made in Italy della solidarietà.  

lunedì 13 novembre 2017

La lingua geniale





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Vuoi davvero capire il mondo? Allora impara il greco antico. Andrea Marcolongo, la giovane grecista italiana che ha scritto un libro sul greco che sta spopolando in Italia, non ha dubbi. 
Il suo testo, La lingua geniale: 9 ragioni per amare il greco, edito da Laterzaè diventato un vero caso editoriale nazionale. In pochi mesi il testo ha scalato la classifica dei libri più venduti nel nostro Paese, arrivando sino a tredici ristampe (più di 80mila copie vendute), ed è stato tradotto in varie lingue (tra cui lo spagnolo). 
La Marcolongo, laureata in Lettere Classiche con una tesi sulla Medea di Seneca, specializzata in storytelling ed esperta di comunicazione, tanto da lavorare per le campagne elettorali di Matteo Renzi e del Partito Democratico, e per prestigiose aziende quali Lavazza, Allianz e UniCredit, offre, nel suo bel libro, una precisa dichiarazione d’amore  al greco antico incentrata su nove argomentazioni. 
Marcolongo ama citare Virginia Woolf, secondo la quale al greco si torna quando si è stanchi della vaghezza della nostra epoca. 





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Il testo, quindi, si propone di raccontare ciò che il greco sa dire in modo unico, speciale e diverso da ogni altra lingua. Un libro rivolto al grande pubblico che racconta la storia di una lingua fatta di concetti ancora vivi nel mondo odierno e difficili e/o impossibili da esprimere in italiano. 

Il libro è nato per caso. Il primo capitolo, infatti, è stato scritto per uno studente cui l'autrice dava ripetizioni. 
La Marcolongo sostiene che il potenziale nell’apprendimento di questa lingua è sconfinato, poiché offre al parlante la possibilità di spaziare quando vogliamo comunicare qualcosa. In un’epoca come la nostra in cui si è perennemente connessi a qualcosa, ma mai a qualcuno, in cui ci sono migliaia di canali per comunicare, spesso ci dimentichiamo che cosa si comunica e come. Il greco  permette di fermarsi a pensare a ciò che si dice.
Le peculiarità che l'autrice presenta nel testo si possono riassumere nel seguente modo:



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a) La fonetica: purtroppo, non sapremo mai, con certezza, come venisse pronunciata una parola greca. I suoni del greco sono per sempre scomparsi insieme ai suoi parlanti. Abbiamo i testi della letteratura, li possiamo leggere e studiare, ma non pronunciare. Sono arrivati a noi muti. Questo silenzio rende la lingua affascinante perché obbliga ad ascoltare con la mente.
b) Il neutro: oltre al genere femminile e maschile, il greco possedeva un genere in più: il neutro. La distinzione avveniva tra genere animato (maschile o femminile), e genere inanimato. Le cose della vita erano classificate grammaticalmente tra quelle con o senz’anima. Al neutro troviamo i concetti astratti - il nome, il teatro; ma anche certi oggetti, come l’arma; certe entità, come l’acqua e la montagna. Femminili sono i nomi degli alberi, perché generano vita: l’ulivo per esempio; neutri i frutti di quell’albero, l’oliva, l’olio, visti, linguisticamente, come oggetti.


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c) Il duale: non solo singolare/plurale, ma anche il duale. E cioè due anime unite o le metà separate dell’essere umano, un uno formato da due. Non c’era una regola precisa che obbligasse ad usare il duale per parlare di due occhi, due amanti, due alleati. Se si parlava però di una coppia innamorata si usava il duale, per dire noi due
d) I casi: e cioè le diverse forme che uno stesso nome assume per esprimere le diverse funzioni all’interno della frase, che pur non essendo una particolarità del greco, è comunque un modo di concepire la lingua a cui il parlante italiano non è abituato. 
Oltre ai casi, va menzionato l'ordine parole all’interno della frase che, in greco, sono infinite e lasciate agli autori. La costruzione è così libera che l’ordine delle parole non conta. 




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e) L’ottativo: è il modo del desiderioConsente di distinguere se il desiderio è solo eventuale o possibile e per essere realizzato richiede impegno e fatica, o se include l’irrealtà o il rimpianto. Nel I secolo d.C. l'ottativo cominciò a scomparire ed era già assai raro in autori di epoca romana come Polibio. Nel greco moderno scomparve completamente. Dell'ottativo non c'è più traccia in nessuna lingua. Il congiuntivo ne ha occupato il posto, ma, come scrive il prestigioso linguista Antoine Meillet "la perdita dell'ottativo riflette una diminuzione di delicatezza del greco: è la perdita di un'eleganza da aristocratici".
f) L’aspetto del tempo: non il quando ma il comeLa  categoria del tempo era secondaria, in greco antico, per i greci non contava il tempo, ma l’aspetto: si esprimevano in un modo che considerava l’effetto delle azioni sui parlanti. I greci si chiedevano sempre, come. Noi, invece, ingabbiati nel tempo ci chiediamo sempre quando.
g) La lingua e la civiltàIl greco antico è soprattutto una scienza sociale: serve per capire e farsi capire, per rappresentare un’idea di mondo che non esiste più. Gli antichi greci si sentirono accomunati dalla loro lingua, dall’essere ellenici. Essi non sono stati per millenni stato o nazione, ma solo un popolo accomunato da una geografia umana che si espresse mediante un'unità culturale altissima.

Andrea Marcolongo scrisse, molti anni fa, quando ancora era sui banchi del liceo classico, nelle pagine del suo Rocci"il greco fa schifo"; anni dopo ci ha regalato un testo pieno di amore verso una lingua che è, come la vita, questione di passione e di militanza.

venerdì 10 novembre 2017

Lavoretti manuali (IV): la cura degli armadi


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Le tarme sono alcune specie di lepidotteri appartenenti alla famiglia Tineidae, le cui larve si nutrono di tessuti quali la lana, la seta e anche il cotone. Amano rifugiarsi negli armadi mangiando i vestiti lì presenti.

La larva della tarma è un grave infestante. Può trarre il suo nutrimento non solo dai tessuti ma anche da altre fonti:  capelli, peli e cibo. Le tarme preferiscono i tessuti sporchi e sono attratte dai tappeti e dai vestiti che contengono sudore umano e residui di altri liquidi giacché prediligono i capi umidi, in quanto non bevendo acqua, il cibo che ingeriscono deve contenere liquidi. Le larve hanno vita breve perché il loro ciclo vitale inizia dalla nascita e finisce subito dopo la riproduzione.  

Se notate delle piccole farfalle che svolazzano tra i vestiti dei vostri armadi o delle farfalle morte sul fondo degli stessi, correte ai ripari: il vostro armadio è stato attaccato dalla tarme. Agite immediatamente, svuotando tutti i vani e lavando tutti gli indumenti in acqua calda (attenzione, però, alla lana che tende ad infeltrire!). 
Il classico rimedio per eliminare le tarme è la naftalina, un prodotto chimico, molto pericoloso soprattutto in presenza di bambini che potrebbero ingerire inconsapevolmente la sostanza. Oltretutto, la naftalina emana un odore forte e fastidioso che impregna i vestiti rendendoli difficili da indossare.


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Noi vi consigliamo dei rimedi naturali: comunque, la prima raccomandazione è quella di controllare spesso gli abiti, di lavarli al cambio di stagione a secco in tintoria, e mantenere costantemente puliti gli appositi vani destinati alla loro conservazione.
I maglioni, inoltre, andrebbero inseriti all'interno di appositi sacchetti dotati di cerniera. Poi procedete alla completa pulizia dell'armadio: basterà diluire un litro di aceto con una pari quantità di acqua all'interno di un secchio e, con uno straccio ben imbevuto, si pulirà l'armadio, all'interno e all'esterno. Il profumo acre dell'aceto non è gradito dalle tarme che, quindi, eviteranno di infestare i vestiti presenti all'interno dell'armadio trattato in questa maniera. 




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Per rafforzare il potere dell'aceto si possono utilizzare delle bucce d'arancia secche, da inserire tra i vestiti. Ricordate che gli armadi vanno arieggiati per evitare l'accumulo di umidità e, quindi, evitare un ambiente per loro molto congeniale. Altre sostanze che allontanano le tarme perché sgradevoli sono: la lavanda, i chiodi di garofano, la cannella e le foglie di alloro
La lavanda, una pianta facile da reperire, si raccoglie fresca, e se ne prelevano i fiori; con essi si formano dei piccoli sacchetti, con dei piccoli fori, da riporre negli armadi. La lavanda possiede una sostanza odorosa che risulta gradevole per l’uomo ma molto fastidiosa per le tarme.



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Un altro rimedio naturale è la cannella. Le stecche vanno inserite in appositi sacchetti e sistemate tra gli abiti. La cannella ha effetto duraturo nel tempo, possiede un aroma pungente e profumato che le tarme odiano.

Un’altra spezia che risulta utile contro le tarme, sono i chiodi di garofano. Questa spezia ha un profumo molto particolare -un forte profumo pepato- che non è gradito alle tarme. 
Anche l’alloro è nemico delle tarme perché le sue foglie di colore verde scuro possiedono un inconfondibile profumo aromatico che le tiene lontane per molto tempo. 

Ricordate, però, di sostituire periodicamente gli elementi antitarme perché con il passare del tempo potrebbero perdere di efficacia! 

mercoledì 8 novembre 2017

Buon compleanno Slow food!


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(foto da internet)

Slow food ha cambiato il punto di vista sul cibo, ha creato per gli agricoltori e i piccoli artigiani del gusto una rete "Terra Madre" per cercare un posto al sole e riuscire a restare sul mercato ormai globalizzato. È diventato simbolo di buona tavola e buone scelte per fare la spesa: Slow food, intuizione di Carlo Petrini e del gruppo di amici-commensali che in principio si chiamava Arcigola, è diventato in 30 anni un movimento, quello della chiocciola, su scala globale.


Il concetto di slow food appare per la prima volta il 3 novembre 1987 come ideale programmatico sul Gambero Rosso, che all'epoca era un inserto gastronomico, creato da Stefano Bonilli, dello storico quotidiano comunista il manifesto.


Buon compleanno Slow Food, la rivoluzione lenta e golosa iniziata 30 anni fa



Un gruppo di intellettuali che riconoscono nell'amore per la tavola quello per la cultura materiale e che contestano lo stile di vita a rischio alienazione del '900. "Questo secolo è nato sul fondamento di una falsa interpretazione della civiltà industriale - si legge all'inizio del manifesto - sotto il segno del dinamismo e dell'accelerazione: mimeticamente, l'uomo inventa la macchina che deve sollevarlo dalla fatica ma, al tempo stesso, adotta ed eleva la macchina a modello ideale e comportamentale di vita. Ne è derivata una sorta di autofagia, che ha ridotto l'homo sapiens ad una specie in via di estinzione".

Nel mirino del circolo di amici aderenti ad Arcigola l'idea di "fast-life come qualità proposta ed estesa ad ogni forma e a ogni atteggiamento, sistematicamente, quasi una scommessa di ristrutturazione culturale e genetica dell'animale-uomo". E siccome la smania ansiogena della velocità a tutti i costi è ritenuta una malattia, propongono un antidoto: "Contro la vita dinamica propugniamo la vita comoda. Contro coloro, e sono i più, che confondono l'efficienza con la frenesia, proponiamo il vaccino di una adeguata porzione di piaceri sensuali assicurati, da praticarsi in lento e prolungato godimento. Da oggi i fast-food vengono evitati e sostituiti dagli slow-food, cioè da centri di goduto piacere. In altri termini, si riconsegni la tavola al gusto, al piacere della gola".

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All'isteria del fast food contrappongono l'allegria dello slow food, memori della lezione morale oltre che matematica del pie veloce Achille che non riesce a raggiungere la tartaruga, simbolo di lentezza. Come lo è pure la lumaca che adottano come simbolo.

Ma la rivendicazione al diritto dei piaceri gastronomici va di pari passo con l'attenzione ai ritmi della produzione del cibo stesso e al rispetto della terra dove la materia prima nasce. Lo aveva già scritto Bonilli nell'editoriale intitolato I neoforchettoni, in cui avvertiva di una "guerra con i produttori, quelli che usano prodotti che a lungo andare recheranno danno al consumatore. Un esempio per tutti, l'uso massiccio dei pesticidi in agricoltura che inaridisce la terra e lascia residui nei prodotti della catena alimentare".

Partendo da questo manifesto intitolato Una proposta rivolta a tutti coloro che vogliono vivere meglio: Slow-Food, Petrini rivendicò le radici ludiche del suo movimento: un'affermazione del diritto al piacere culinario anche per chi sta a sinistra.



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Sono milioni i contadini, gli artigiani, i vignaioli, i cuochi, i pescatori e gli studenti dell'Università di Scienze Gastronomiche (nata nel 2004), partecipi alle iniziative sotto lo slogan "Buono, pulito e giusto", altro mantra inventato (nel 2005) da un leader di livello internazionale: Petrini, è inserito nel 2008 dal quotidiano inglese The Guardian nella lista delle "50 persone che potrebbero salvare il pianeta", è insignito del premio "Campione della Terra" dal programma ambientale delle Nazioni Unite nel 2013, e nel 2016 viene nominato "Ambasciatore Speciale della Fao in Europa per Fame Zero".

Nel binomio local e global, di fatto, un influencer ante litteram, protagonista carismatico di appuntamenti, come il Salone del Gusto e Terra Madre, che non sono più eventi per gourmet, ma un atto sociale, politico ed economico che hanno creato una consapevolezza diffusa della tutela della biodiversità, del futuro della Terra, dei valori della persona e di un futuro sostenibile. 
"Quando scoprii Slow Food - ha detto il grande chef catalano Ferran Adrià, presenza fissa ai Saloni del Gusto a Torino - fu un cambio di paradigma per me e per tutta la gastronomia mondiale. Il messaggio era che l'alimentazione e la gastronomia non solo possono rappresentare la 'comida buena', ma porranno con sé una componente sociale molto importante".


lunedì 6 novembre 2017

Requiem aeternam



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L'eterno riposo è una preghiera della tradizione cattolica per la pace delle anime dei defunti. Deriva dall'apocrifo Apocalisse di Esdra (III secolo).
Il testo dice:
L'eterno riposo,
dona loro, o Signore,
e splenda ad essi la Luce perpetua.
Riposino in pace.
Amen.
Ora, però, c'è riposo e riposo. Specialmente interessante ci sembra quello proposto da quattro giovani imprenditori green, fondatori di Boschi vivi, una cooperativa nata nel marzo 2016 e formata da Anselma Lovens, Camilla Novelli, Riccardo Prosperi e Giacomo Marchiori, che ha lanciato in Italia una pratica già diffusa nei Paesi anglosassoni: disperdere le ceneri dei defunti tra gli alberi, in un bosco destinato a cimitero commemorativo. La proposta è aperta anche per gli animali.




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Il primo bosco-cimitero sta nascendo nel Comune di Urbe, in provincia di Savona, in Liguria, dove Boschi vivi ha acquistato 11 ettari di terreno in cui si può trovare il riposo eterno fra castagni, ciliegi, faggi e querce. Oltre duecento alberi verranno messi a disposizione dei clienti, i quali, con un personalizzato sopralluogo, potranno scegliere la pianta preferita sotto la quale sotterrare le proprie ceneri. 
Le  assegnazioni cominceranno dagli inizi del 2018. Per ora si stanno portando a termine i lavori di potatura, di manutenzione dei sentieri e di pulizia del bosco. In questo modo si limiterà anche il rischio di incendi e di frane. 
Le tariffe per garantirsi un posto (il contratto ha una durata di 99 anni) vanno dai 400 ai tremila euro, a seconda della pianta e della tipologia preferita. 



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Si può scegliere fra il cosiddetto albero di comunità, dove si può affittare un posto dei dieci messi a disposizione; l'albero familiare, dove tutti i dieci spazi vengono ceduti allo stesso nucleo familiare, e ancora l’albero personale e quello partner, per le coppie che desiderano testimoniare la loro unione oltre la morte. Nessuna lapide, ma solo la solida e ruvida corteccia di un albero e una targhetta minimalista, attaccata al tronco, sarà il solo segno concesso ai posteri. 
Niente fiori, ma solo erba, muschio, funghi, foglie e tutto ciò che offre il sottobosco. Niente lumini: l’unica luce permessa è quella del sole e della luna. 
I gestori di Boschi vivi apriranno il bosco al pubblico anche per eventi culturali, momenti letterari, yoga, laboratori per bambini e pratiche di meditazione. 



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La scelta del nome Boschi Vivi manifesta una chiara volontà di voler mantenere il bosco vivo in tutti i sensi, e, allo stesso tempo, proporre una soluzione alla grave situazione del problema dell’abbandono dei boschi in Italia. 
E quindi perché non scegliere, come tomba naturale, in cui mettere radici per l’eternità, la scenografia naturale e rasserenante di un bosco? 
Chissà se il Foscolo, nel 2017, avrebbe scritto all'ombra de' ciliegi e dentro l'urne?


venerdì 3 novembre 2017

Lavoretti manuali (III): i sottaceti



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Oggi parliamo di lavoretti manuali in cucina. Ricordate quando a casa si preparavano i sottaceti?
ll sottaceto è un metodo di conservazione degli alimenti tramite fermentazione prodotta da una salamoia a base di acetoIl cibo così ottenuto è quindi noto come sottaceto. Questa procedura, oltre a conservare i cibi, conferisce ai prodotti un sapore tipicamente aspro. La conservazione sottaceto avviene tramite fermentazione in assenza di ossigeno. Per preparare i sottaceti servono questi ingredienti: a) le verdure fresche (noi vi proponiamo i peperoni,  ma si possono preparare melanzane, cetrioli, cipolline, capperi, zucchine, la giardiniera di verdure); b) l'aceto e c) il sale





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Per prima cosa dovrete preparare la salamoia da versare nel barattolo insieme alle verdure. La regola generale per il rapporto tra acqua e aceto deve essere di 2 a 1. Quindi, ad esempio, mescolate 6 tazze d'acqua con 3 tazze di aceto e 1/2 tazza di sale e fate bollire il tutto.

Per le verdure si procede così: sbollentate i peperoni, lavateli, pelateli e tagliali nella misura desiderata e poi scottateli in acqua bollente. Lasciate che si raffreddino prima di metterle nei barattoli.
I barattoli che userete per preparare i sottaceti dovranno essere sterilizzati. Per farlo in casa, possiamo usare una grossa pentola. Questo tipo di sterilizzazione è quella tradizionale anche se richiede più tempo: in una pentola capiente inserite sul fondo di questa un canovaccio pulito.



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Disponete i vasetti e i tappi nella pentola e prendete un paio di canovacci che disporrete tra i vasetti in modo che questi non urtino tra loro. Riempite la pentola con acqua fredda e lasciate bollire a fuoco basso per circa 30/40 minuti.
Poi spegnete il fuoco e lasciate raffreddare il tutto Estraete i vasetti e metteteli ad asciugare capovolti su di un canovaccio pulito.
Ci siamo quasi! Ora si dovrete posizionare le verdure nei barattoli lasciando quasi un centimetro e mezzo di spazio vuoto nella parte alta. 




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A questo punto, riempite il barattolo con la salamoia, mantenendo libero lo spazio vuoto in alto. Questo spazio è importante per lasciare un po' di sfogo alla pressione che si genererà quando inizierà la fermentazione. Prima di chiudere i barattoli con i coperchi sterilizzati, lasciate raffreddare la salamoia.
Potete tenere i barattoli pronti con la vostra salamoia in frigo: le verdure saranno pronte in due settimane e dureranno almeno quattro mesi!

Buon appetito!
p. s. per i più maldestri, ecco a voi il tutorial della preparazione del cavolfiore sottaceto.